Il viaggio inizia alcuni anni fa, quando durante la lezione introduttiva nel corso che mi prepara a diventare coach vengo a sapere che il Coaching trova ispirazione nel testo di W. Timothy Gallwey “Il gioco interiore del Tennis”e leggendolo ho trovato interessantissimo il capitolo in cui si parlava dei due sé e in particolare nel passaggio in cui Gallwey scrive: “sono io che parlo con me stesso”. Ma chi è “io” e chi è “me stesso”? Ovviamente “io” e “me stesso” sono entità separate, altrimenti non ci sarebbe conversazione. Insomma, pane per i denti di un buon psichiatra! Ma una riflessione inizia a farsi strada dentro di me.

Successivamente, nell’ultimo periodo del corso, durante la rilettura dello storico libro “Chi ha spostato il mio formaggio?” ho inconsciamente riflettuto soprattutto sul percorso di Ridolino, lo gnomo che più degli altri ha determinato il proprio successo, attraverso l’ascolto interiore dei propri bisogniche lo hanno portato a determinare la sua felicità attraverso la valorizzazione delle proprie potenzialità in una continua ricerca nel suo profondo “sé” delle risposte a tutte quelle domande che per molto tempo lo hanno prima frenato e poi accompagnato in un lungo viaggio di scoperta e recupero della sua “quantità di formaggio”  indispensabile al raggiungimento della felicità.

Questi passaggi fondamentali nel mio percorso di Coaching sono stati illuminanti e probabilmente mi hanno dato gli elementi per rafforzare la mia convinzione che ognuno di noi può, attraverso l’applicazione del metodo fornito dal coaching, arrivare a valorizzare le proprie potenzialità e quindi essere in grado di diventare il protagonista del proprio presente e del proprio futuro. 

L’uomo infatti ha in sé la capacità di risolvere i problemi e di attuare una propria strategia di vita, l’individuo può quindi trovare in sé il potenziale per trasformare pensieri e emozioni in azioni tese a migliorare sé stessi.

Ma cos’è il Coaching?

Viene definito Coaching il metodo che favorisce lo sviluppo delle potenzialità del Coachee in relazione ad uno specifico obiettivo attraverso azioni di supporto e di stimolo al raggiungimento della consapevolezza delle proprie potenzialità.

Il coaching è quindi uno strumento che aiuta a diventare consapevoli delle proprie potenzialità, scoprendo le adeguate strategie per raggiungere i propri obiettivi.

Il coaching infatti è fondato su un metodo a sostegno del Coachee, in uno stretto rapporto di relazione con il Coach, il quale aiuta attraverso l’ascolto attivo e molteplici domandead individuare specifici obiettivi e i relativi piani d’azione atti a conseguirli, avvalendosi di un prezioso e costante allenamento.

Sono due le figure presenti nel coaching: il Coach e il Coachee ed entrambi hanno ruoli ben definiti e garantiscono un processo di crescita autodeterminata solo se tali ruoli vengono rispettati; infatti il Coach è un esperto di metodo, e non di contenuto, il lavoro principale che deve svolgere è considerare sempre il Coachee come centro dell’attività per aiutarlo a prendere coscienza delle proprie potenzialità e di conseguenza valorizzarle per la sua crescita.

 Veniamo al sodo: la relazione di “Auto-Coaching”.

Abbiamo scritto in chiave generale cos’è il coaching, viene spontaneo pensare che tutto si fondi sul rapporto tra due figure che nel loro interagire contribuiscono alla presa di coscienza e alla conseguente valorizzazione delle potenzialità del Coachee attraverso un metodo che è detenuto dal Coach; ma questo può avvenire anche se le due figure risultano essere la stessa persona? Gallwey in qualità di fondatore del Coaching, come ho citato all’inizio, introduce l’idea che in ogni individuo esistono due entità che continuamente si rapportano in un continuo “dialogo”,così da formare quel binomio imprescindibile per creare la relazione di coaching, ma che in questa situazione atipica devono comunque rispettare i ruoli, e Gallwey stesso ci aiuta nei suoi scritti a comprendere che come il Coach e il Coachee anche il Sé 1 e il Sé 2 definiscono un rapporto tra due entità separate; scrive infatti: “immaginate che invece di essere parte della stessa persona, Sé 1 (chi dice) e Sé 2 (chi fa) siano due persone separate”.

Il problema da affrontare, piuttosto, è legato alla possibilità di applicare il metodo in una condizione in cui le due figure chiave Coach e Coachee sono la stessa persona, soprattutto per tutto ciò che riguarda la relazione: è infatti questa alla base del livello di riuscita dell’intervento di coaching. Questa relazione è possibile, a mio modo di vedere, nel caso di coaching con sé stessi nel momento in cui si hanno chiare le motivazioni del processo che fondano le basi sull’auto-ascolto per poter conseguire quel grado di auto-consapevolezza finalizzato al conseguimento dei propri obiettivi, e possiamo dire pertanto che la relazione diviene possibile a patto che si acquisisca la capacità di non giudicarsi sempre e comunque ma si punti invece alla obiettiva presa di coscienza delle cose o delle situazioni; possiamo confermare la complementarietà dei ruoli in quanto separati e distinti ed infine l’asimmetria nei contenuti che sono portati alla luce dal “Sé che fa” e che ha l’obiettivo di migliorarsi.

Le quattro “A” nell’Auto-Coaching

1° Accoglienza: se siamo facilmente portati a credere che nessuno più di noi stessi può capire di cosa abbiamo bisogno per metterci a proprio agio, ed essendo noi stessi la persona da accogliere, potremmo pensare con estrema superficialità che l’”auto accoglienza” sia una condizione naturale nel processo di auto-coaching: ed invece nella condizione di difficoltà o smarrimento in cui ci troviamo spesso per intraprendere un percorso di coaching siamo molto severi e giudicanti nei nostri confronti e probabilmente i nostri Sé 1 e Sé 2 sono in aperto conflitto, condizione questa non ideale perché sappiamo bene che ciò comporta rottura in qualsiasi rapporto di dialogo, quindi bisogna passare attraverso la distensione del rapporto con il Sé giudicante che deve arrivare ad accettare la situazione con l’obiettivo di svoltare e dare inizio al cambiamento puntando l’attenzione su cosa si ha di positivo da sfruttare in termini di potenzialità e non continuare sulla strada della critica gratuita su tutto ciò che non ci appartiene in termini di capacità.

2° Ascolto: se in un rapporto di coaching normale la capacità di ascolto del Coach è una competenza essenziale perché da un lato favorisce la raccolta delle informazioni, dall’altro consente di assumere il punto di vista del Coachee ed i sui obiettivi, in un rapporto di auto coaching è ancora più una condizione necessaria per poter con il profondo silenzio riflettere, e poter creare lo spazio affinché il “Sé che fa”, da solo difronte ai propri pensieri, possa proseguire  nel suo processo di auto-conoscenza, di autodeterminazione e che lentamente ci porterà non solo a non giudicarci in modo negativo, ma anche e soprattutto ad accettarci per quello che siamo e finalmente a valorizzare i “talenti” di cui disponiamo.

3° Alleanza: nella relazione di coaching l’atteggiamento positivo e di fiducia incondizionata nel Coachee è un elemento imprescindibile per facilitare la relazione; e quindi se davvero abbiamo un obiettivo chi può essere il migliore alleato di noi stessi in un percorso di auto coaching? E’ facile cadere nell’errore e affermare l’alleanza tra “io” e “me stesso”, ma anche in questo caso non possiamo dare per scontato che l’alleanza in un rapporto di auto-coaching sia scontata e naturale; infatti un po’ per le condizioni ambientali, e un po’ per paura ma anche per le nostre debolezze, spesso siamo noi i nostri primi avversari, e anche in questa situazione Gallwey è illuminante e ci dice che la partita più difficile da vincere è quella contro la nostra mente e quindi contro noi stessi, e che quindi solo quando i nostri due sé raggiungono l’armonia si può dare il meglio, facendo emergere al massimo le proprie potenzialità, in uno stato di completa alleanza, senza giudizi, lasciando che le cose accadano, scoprendo che nulla accade per caso ma è il risultato di un lavoro di acquisizione di consapevolezza e autodeterminazione mirato all’ottenimento dei nostri obiettivi, trovando amor proprio e fiducia in sé stessi.

4° Autenticità: dobbiamo a questo punto affermare che il Coachee nel percepire la mancanza di Accoglienza, Ascolto e Alleanza da parte del Coach, innesca meccanismi di autodifesa che compromettono il rapporto e di conseguenza la relazione, distruggendo già nel nascere tutti i presupposti per garantire il risultato. Le tre “A” per essere efficaci devono manifestarsi in modo sincero, autentico; infatti probabilmente verrebbero a mancare in ogni fase della relazione le opportunità di far emergere le situazioni necessarie alla presa di coscienza del Coachee che non sentirebbe nel Coach la persona adatta a percorrere il tortuoso sentiero che porta alla consapevolezza e di conseguenza all’autodeterminazione. Non è il caso di dare per scontato che nel rapporto con sé stessi siamo sempre autentici e la dimostrazione pratica la troviamo nelle continue giustificazioni che riusciamo a darci per convincerci che non siamo in grado di fare, non siamo in grado di arrivare, non siamo in grado di… giustificazioni che a lungo andare ci portano ad errate credenze, ad errate convinzioni che garantiscono posizioni di comodo dove possiamo oziare senza dover investire energia che costa fatica e ci fa mettere in discussione con noi stessi.

 Conclusioni

Imparare a mettersi nella condizione di ascoltare attivamente (e onestamente) sé stessi per determinare un rapporto interiore che faccia emergere le nostre difficoltà, i nostri disagi o anche più semplicemente situazioni di scontento, non è semplice, ma è possibile, anzi auspicabile per trovare quelle risposte a tutte le domande che quotidianamente ci assillano, ma che spesso evitiamo o fingiamo di non sentire o che addirittura ci fanno mentire a noi stessi, per pigrizia, per mancanza di tempo e soprattutto per mantenere quei rapporti che riteniamo indispensabili a soddisfare i nostri bisogni.

In un mondo oggi più che mai in continuo cambiamento penso che alla base della soddisfazione personale di ogni individuo ci sia la ricerca di quegli equilibri utili e necessari per autorealizzarsi in termini di raggiungimento di obbiettivi di ogni genere, per il raggiungimento della propria felicità. 

A mio modesto parere l’auto-coaching si può fare e si rivolge a chiunque voglia migliorare le proprie performance in vari ambiti: ampliare o chiarire la propria visione di vita, risolvere conflitti interpersonali, aumentare la propria motivazione… con i limiti sopra descritti legati alla mancanza del rapporto tra due persone, certo, ma attraverso l’applicazione del metodo aiuta comunque a condurci in un affascinante percorso di crescita personale, alla scoperta della nostra unicità e della possibilità di diventare protagonisti del nostro presente e del nostro futuro, esplorando le nostre potenzialità per garantirci attraverso un “allenamento” costante, fondato su piani d’azione, la realizzazione di piccoli o grandi obiettivi, che messi insieme formano quel mondo di soddisfazioni che portano a garantire i bisogni personali. 

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